50 anni di Fortitudo Agrigento, i ricordi di Pietro Scibetta

Domenica 9 dicembre la Fortitudo Agrigento affronterà Casale Monferrato. Tra i due roster nessuna partita è stata mai banale. A regnare è sempre stato il sano agonismo e lo spettacolo, ma anche la cordialità ed il grande rispetto.

Domenica, dunque, tra i volti di Casale Monferrato, ritroviamo quello amico di Pietro Scibetta. Empedoclino doc, che ha voluto mettere la sua firma sul 50esimo anniversario della Fortitudo Agrigento, squadra con la quale Scibetta ha collaborato a lungo. Una lunga lettera, tra le altre, scritta a cuore aperto,  che renderà il nostro raccoglitore ancora più prezioso. Ecco le parole di Pietro Scibetta, amico e mai avversario:

“Molti anni fa, da ragazzino, la Fortitudo Agrigento era il nemico. Nato ad Agrigento sì, ma “marinisi” (di Porto Empedocle, per i meno avvezzi), ed erano gli anni ruggenti delle serie C e delle prime promozioni nell’allora Serie B2. A Porto Empedocle i giovani giocatori crescevano nel mito della Continpesca, gli avversari diretti erano “quelli della Siel”. Cioè, appunto, la Fortitudo Agrigento al suo PalaNicosia. Ero troppo piccolo per apprezzare Carmelo Hamel, e me ne dispiaccio. Non abbastanza per non ricordare bene la prima avventura in B2, culminata con una retrocessione. Fino ad ora sto parlando di Porto Empedocle perché Agrigento era “solo” la città. Entrare al PalaNicosia voleva dire entrare nel palazzetto grande, quello dove furoreggiava la pallavolo: con il papà della superstar azzurra Ivan Zaytsev, al secolo Vjačeslav Zajcev, leggendario palleggiatore capace di vincere 8 ori europei, 1 olimpico (2 argenti), 2 mondiali (2 argenti) e altre  “coppe del mondo” (e un altro argento) rappresentando l’allora URSS. Inoltre, guidò l’allora Sanyo Agrigento alla promozione in A1. C’erano altri campioni come Alcides Cuminetti, Ariel Bettiol e Assen Galabinov. Un allenatore come Massimo Barbolini. Per non parlare della femminile, che raggiunse livelli di assoluta eccellenza anche in campo europeo: vado a memoria, c’erano una giovane Maurizia Cacciatori, campionesse come Guendalina Buffon, Nancy Celis, tante ne taccio solamente per mancanza di memoria. In quel palazzetto si tenevano anche i primi “derby” cui mi è stata data l’occasione di assistere: da una parte i Massimo Cotugno, Marco Vaj, Augusto Santurbano, Marco Aprea… dall’altra i Luca Corpaci (che poi della Fortitudo sarà playmaker e quindi allenatore di successo), Franco Bizzaro (che pure lui cambierà casacca), i gemelli Susino, Massimo Tartaglia…. e tanti altri. Erano tempi diversi. Tempi “gloriosi”, anche se non tutto era così bello come poteva sembrare in quella terra che da ragazzino mi dava sensazioni di benessere e serenità che tali non erano. Lo avrei imparato dopo. Erano anni nei quali era difficile, ancora più di adesso, trovare un posto per andare a fare due tiri a basket. Erano anni nei quali, però, il senso di appartenenza dato dal campanilismo era molto più forte. Inutile nasconderlo. Questa era la forza di quei tempi, che però è diventata la debolezza di questi. Perché la Fortitudo Agrigento ha raggiunto livelli, sportivamente parlando, che non possono essere ignorati (quando non osteggiati) da nessuno. Nè dai “marinisi”, non fosse altro perché il PalaMoncada si trova proprio a Porto Empedocle e negli anni tanti “marinisi” hanno contribuito allo sviluppo del club; né dai “giurgintani” che si definiscono doc, che addirittura – mi è capitato di leggere e sentire – considerano questa squadra non propria perché, appunto, il palazzetto si trova qualche centinaio di metri più in là; né da chiunque altro abbia a cuore la nostra provincia. In questi ultimi anni, vedere la Fortitudo competere contro grandi nomi e grandi piazze, contro giocatori che hanno vinto in Italia, in Europa e anche in azzurro è stato a dir poco emozionante (anzi, lo è stato oltre misura), così come presentarsi a Bologna (intesa come “Basket City”) con il nome AGRIGENTO sulla canotta, anziché dello sponsor/proprietario che avrebbe potuto avere la legittima pretesa di comparire maggiormente, perché si era fatta ambasciatrice di un intero territorio, a prescindere dal risultato sportivo. Perché voleva dire “ci siamo”. Oggi si gioca e si lotta per dire “ci resteremo”. A lungo, spero. Perché, lo ripeto, lì sono nato, a quella città devo la mia passione per questo gioco che mi ha dato e tolto tanto ma che è diventato il mio lavoro. Aver avuto, per due stagioni, la possibilità di dare il mio contributo, grande, piccolo o nullo che sia, è stato un impegno e un onore. Non contribuirò con aneddoti perché avendo perso tanti anni di Sicilia ci sono persone che sono certamente più qualificate di me in questo senso, a cominciare dal Dott. Enzo Penna che nel mio periodo fortitudino è sempre stato gentile e foriero di storie, belle, sul basket agrigentino. Dalla mia nuova città, ora da avversario ma mai da nemico di casa mia, il mio pensiero per i 50 anni della Fortitudo è semplicemente questo: Grazie. Grazie per gli anni in cui l’ho sportivamente “odiata”, perché sono stati gli anni della mia formazione cestistica. Grazie per quello che è stata capace di diventare, perché ci ha resi orgogliosi di appartenere a una comunità. Grazie per aver dato a molti ragazzi, che nel tempo abbiamo incontrato, la possibilità di conoscere un mondo per loro totalmente inesplorato, e soprattutto di far capire che anche “da noi” le cose si possono fare. Grazie al presidente Salvatore Moncada e al direttore sportivo Cristian Mayer per avermi dato la possibilità di dare una mano a qualcosa che per me ha rappresentato moltissimo. Grazie, quindi, di esserci. Ci sentiamo tra cinquant’anni”.